sabato 2 giugno 2007

New York, New York

Toc toc. Chi è che bussa alla porta della nostra camera di motel nel cuore della notte? Mi alzo un po’ di soppiatto, guardinga, ricordando come vanno a finire certe scene di film da bollino rosso. Anche Ileana rotola giù dal letto. Apriamo. Per fortuna è il pacifico Enrico che, vedendoci un po’ annebbiate, ci fa brevemente il quadro della situazione: sono le cinque e mezzo, è tardi, dobbiamo partire.
Già, scusateci tanto, ma la sera prima, tra la frittura di pesce e la lavatrice che non finiva mai di centrifugare, eravamo andati a dormire sul tardi. In cinque minuti finiamo di preparare il compatto bagaglio e siamo tutti pronti per andare a riconsegnare il mini van presso l’aeroporto di Orlando. Giriamo a vuoto, finché incrociamo per caso un camioncino della nostra agenzia Enterprice e gli prendiamo la scia. Una navetta ci porta al gate della Jetblue. Check in, colazione e poi volo verso New York. Atterriamo.

La Jetblue si farà ricordare a vita da Lidia, non tanto per essere la compagnia che garantisce il maggior spazio e confort per i piedi dei passeggeri, quanto per il fatto che non si è assolutamente presa cura della sua valigia. Il nastro scorre, ci ipnotizza, ma la nostra amica rimane a mani vuote. Ci informiamo. Aspettiamo il volo successivo proveniente da Orlando. Nel frattempo andiamo alla ricerca di una mappa della città. Una signora ci consiglia come raggiungere l’ostello e abbiamo così l’occasione di ascoltare la corretta pronuncia newyorkese di Manhattan. E’ [Maen’hhann], o una cosa del genere. Antonio si eserciterà durante tutta la nostra permanenza e la imparerà alla perfezione.

Niente da fare. Il bagaglio di Lidia non arriva. Lei incassa il colpo abbastanza bene. Lì fuori un taxista nero, taciturno, ci carica a bordo. A guardarlo in faccia e per come tiene il tempo lo battezziamo ex musicista anni ‘70. Non è un mostro di simpatia. Niente a che vedere con Mike, il taxista della pubblicità, quello che fa salire un sacco di gente famosa sulla sua cinquecento vecchio stampo, sgomma sul ponte di Brooklyn e poi si va ad inciuccare di birra con Valentino Rossi. Perché c’è più gusto ad essere italiani! Così a prima vista, vista dal finestrino, New York sembra via Prenestina: quel grigiume un po’ così, quelle buche un po’ così. Veniamo scaricati di fronte al nostro ostello che si chiama fantasiosamente Big Apple.
Le camere sono quelle che sono: due letti a castello in due metri per due, moquette un tantino polverosa e penuria di mobilio. Scotto che si paga volentieri pur di alloggiare in centro. Siamo sulla 45a. strada, ad un passo da Time Square. Ammucchiamo i bagagli in un angolo e usciamo. Che meraviglia, siamo circondati dai grattaceli! Giusto due passi ed è ora di mettere in atto la nostra tattica volta al risparmio: mangiare una sola volta al giorno, nel mezzo del pomeriggio. Visto che sono su per giù le cinque entriamo in un locale sedicente tailandese e ci sfamiamo. Piro manda a benedire la tattica mangiando il doppio.

Lungo quella stessa strada Lidia comincia a re-inventarsi il suo guardaroba, comprando qualcosa di essenziale. Poi iniziamo un tour panoramico che ci porta nell’atmosfera ovattata di Bryant Park, antistante la NY Public Library. Ci spingiamo ad Est, fino al palazzo di vetro dell’ONU e all’imbrunire raggiungiamo Time Square. E’ vero. In tv sembra più grande. E dalla mappa sembra molto più vicina all’ostello. Il fatto è che, appena messo il naso fuori dal Big Apple, confondiamo la destra con la sinistra e l’abbiamo presa larga.
A Time Square, affollatissima e illuminatissima, entriamo nel regno delle M&M’s. Ci vuole tutta l’inventiva americana per riuscire a dedicare tre piani di superficie considerevole a delle lenticchie colorate. Si possono naturalmente acquistare questi deliziosi dolcetti, ma anche tutto il resto del mondo che per l’occasione è forgiato a forma di quei simpatici pupazzetti parlanti che tutti conosciamo. Ti riprometti di non comprare niente per principio. Ma poi cadi nella trappola. Un minuto e, presa la traversa giusta, siamo di nuovo al Big Apple.
Dopo un breve pit stop, con Enrico, Marco e Ileana decidiamo di andare dalle parti di Greenwich. Prendiamo la metro. Purtroppo tra le innumerevoli linee e fermate effettuate o no, a seconda di non si sa cosa, facciamo un po’ di confusione e non riusciremo a raggiungere il quartiere desiderato. Allora a piedi ce ne andiamo a China Town e a quello che rimane di Little Italy. Strade deserte. Giusto un ratto paffuto ci taglia la strada. Ci riavviciniamo all’ostello. Ma prima entriamo in un locale dove un paio di individui stanno intrattenendo con un po’ di musica live. La Guiness va giù che è una meraviglia. Premio simpatia al cartello che campeggia sul muro: “Don’t even think of smoking here”. Non è che qui dentro è vietato fumare. Non ci pensare proprio!

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Che meraviglia! Non riesco a commentare in altro modo. Questa esperienza, questa città, la tua scrittura...Me ce porti?!?! :-) Sono arrivata a leggere fino qui stamattina. Oggi turno delle 8 e ancora poche chiamate, ufficio semivuoto, facce assonnate...ora inizia il tran tran, le work list da lavorare, pratiche pending, nuove "rogne" in arrivo..E' meglio che mi svegli con un caffè e diventi operativa!
Alla prossima!
Manu
PS: tu ti sei ripresa dal lardo di colonnata?io non gliela faccio!!

Unknown ha detto...

news!!!!vi comunico che dopo ben 5 mesi (il 17 ottobre 2007) la valigia è tornata a casa...grazie ancora ad enrico per le mille telefonate alla jetblue, senza di te non so come avrei fatto!