martedì 24 luglio 2007

Altri due passi in centro

Dopo questa esperienza c’è venuta fame. Mangiamo da un greco che non sa fare le salse. Non ci soddisfa. Ci soddisfano invece Greenwich Garden e Washington Square Park. Ci sediamo e studiamo il da farsi. Lidia decide di prendere la metro e tornare in ostello a recuperare Antonio. Noi proseguiamo verso Ground Zero. Ci aspettavamo uno spettacolo diverso, manifeste espressioni tutte americane di un ricordo più fresco. Invece, una sorprendente sobrietà. Siamo di fronte al Gate 10. La zona è transennata. Di solito chi sta al di qua delle transenne è fregato, perché succede tutto dentro, come al Giro d’Italia, tanto per fare un esempio a caso. Invece qui, dentro, non succede proprio niente. Non c’è niente da vedere. Né da raccontare. Tranne un rumore di macchinari che non si sa se costruiscono o finiscono di abbattere. Tutt’intorno un padiglione con la timeline di quella mattina di New York e sei installazioni con nomi, nomi e nomi. Viviamo il momento in modo molto individualistico.

Cala la notte e il ponte di Brooklyn è lì che ci aspetta con tutte quelle lucine così coreografiche. Grattaceli illuminati sullo sfondo. Siamo di fronte a uno dei campi lunghissimi più famosi del cinema hollywoodiano. O no? Due barche ormeggiate completano la veduta. Tempo di mettere in pratica tutte le dritte fotografiche che il simpatico Charly Schlosser ci ha dato a lezione. Enrico le sa tutte.
New York è sorprendente, anche se l’americano “amazing” rende molto meglio. New York ti sorprende perché lungo un marciapiede puoi passare in rassegna mille stili, architettonici e non solo. Tanto è l’eclettismo di questa città che, nei pressi del ponte, al di là di quello che qualcuno possa pensare, ci troviamo ad attraversare una piazza che sarebbe stata benissimo a San Lorenzo. Poi risalendo ci siamo imbattuti per Wall Street e, come fossimo a casa nostra, ci siamo indecorosamente assettati sui gradini che George Washington salì per andare a mettere la firma. L’appuntamento con Lidia e Antonio è a Washington Square Park. Noi siamo morti. Antonio invece è vispo come un bambino che esce da scuola. Facciamo difficoltà a tenerlo a bada mentre bivacchiamo sulle panchine cercando un po’ di ristoro per i piedi formicolanti. Cena in un ristorante spagnolo a base di paella e sangria. A seguire, scegliamo il locale adatto per far ubriacare Lidia, ma non ci riusciamo. La ragazza regge l’alcool al di là di ogni previsione e torna in ostello lucidissima.

Visto che sono solo le tre di notte io scelgo di farmi una doccia defaticante. Sento un gran botto e, quando esco, lungo il corridoio vedo un tale steso per terra ubriaco fradicio. Sembrava la scena di un delitto. Indugio un po’, poi entro in camera di soppiatto e mi avvicino alla mia amichetta:” Lidia, qua fuori c’è uno per terra!” Lei mette fuori la testa, poi rientra con la diagnosi:”E’ vivo”.