Nel piano superiore del letto a castello di Lidia dormiva da qualche giorno un’australiana. Quando ci alzavamo era sempre sotto le coperte e la ritrovavamo lì quando rientravamo a notte fonda. Invece quella mattina, intorno alle 7, si è alzata fugandomi tutti i dubbi sul suo effettivo stato di coscienza. Pur facendo in silenzio mi ha svegliata. L’ho osservata mentre preparava i bagagli nella penombra della stanza. Era magra, aveva i capelli lunghi e ricci. Tra me e me, mentre si richiudeva la porta alle spalle, presa da un romanticismo inconsueto, le ho augurato buon viaggio, ovunque fosse andata.
Ero in perfetto orario. Alle 8 ero pronta e sono scesa in cucina. Il tempo si era rimesso. Era una bellissima giornata di sole. Nessuno si faceva vivo. Per ingannare il tempo ho telefonato a casa. Poi sono andata a comprarmi il cappuccino e una tortina al limone nel bar accanto all’ostello. Ho fatto colazione da sola davanti ai cartoni animati americani nella cucina del Big Apple non ancora popolata. A quanto pare c’ero cascata con tutti e due i piedi. Le 8…
Però la notte ha portato consiglio. Quando gli amici scendono hanno la faccia riposata e serena e una parola comincia a riecheggiare nell’aria: Buffalo. Meta che nella storia è stata scelta solo dal gangster Noodles per andarsi a rifugiare e che trent’anni dopo, al suo ritorno, fu da lui stesso battezzata “il buco del culo del mondo” (rigorosamente dal film: C’era una volta in America). Mentre i tre fanno i biglietti online per questa meta così gettonata, io e Antonio ci informiamo sulla visita delle visite: Miss Liberty. L’avranno pure fatta i francesi, ma quella statua lì, che dice: “Venite da me, vagabondi di tutto il mondo”, mi ha sempre affascinato tantissimo perché incarna l’essenza dell’America. E poi visitare il museo degli emigranti, sarebbe stato il sogno della mia vita. Peccato che ormai è troppo tardi. I traghetti per Staten Island partono fino alle 11:30 o giù di lì. Non si fa più in tempo.
Le 8… Li avrei uccisi!