lunedì 7 gennaio 2008

Chiusa parentesi

Il bestione è lì che ci aspetta per la traversata oceanica. Ci imbarchiamo. Questa volta siamo nella fila di sedili centrali. Fuori è buio. Sembra una notte tranquilla. Nessuno avrebbe immaginato un volo come quello. Ci informano che c’è maltempo e che avremmo potuto incontrare qualche turbolenza. Le abbiamo incontrate. La tendina non del tutto tirata del finestrino alla mia sinistra, quattro o cinque posti più in là, lasciava intravedere i fulmini. Più non volevo guardare, più mi ci cadeva l’occhio. Una bufera lungo tutto l’Oceano Atlantico che si manifestava a bordo con un continuo su e giù notevole. O anche con un destra e sinistra. Un po’ come durante la missione su Marte all’Epcot. Quando andava meglio un po’ come un pullman senza ammortizzatori sui sampietrini. Per due volte è stato dato l’annuncio di allacciarsi le cinture e le hostess, con un rilassante sorriso a 32 denti, venivano lanciate lungo i corridoi per verificare che fossimo ben ancorati ai sedili. Incomincio a pensare a tutte le eventualità, tra cui anche quella, nemmeno tanto negativa, di ritrovarmi a parlare con un pallone di nome Wilson. Per distrarci ci servono la cena. All’andata, ancora schizzinosa, non avevo mandato giù quasi niente. Ora, dopo un mese d’America, il pollo della British Airways è una sciccheria. Il dondolio e il miscuglio di cibi scecherati nello stomaco facilita un gran subbuglio. Per fortuna abbiamo a disposizione tutti i confort e trovo un bell’album di Tom Waits da ascoltare. Tutti dormono. Si fa giorno e poco dopo arriviamo a Londra.

Nemmeno il tempo di un cappuccino all’aeroporto che è già ora dell’ultimo volo. Ora guardare fuori è un piacere. E’ sereno e si vede tutta la vastità della pianura francese, quella che annoia tanto durante il Tour. E poi le Alpi, ancora innevate. Come non pensare ai tanti storici arrivi di tappa che magari stiamo sorvolando: il Galibier, il Tourmalet, L’Alpe d’Huez. Individuo la prima città al di là delle montagne. Ad occhio potrebbe essere Torino. Qualche altra chiacchiera e siamo già arrivati. A Fiumicino sentiamo gli addetti aeroportuali parlare italiano. Anzi, romano. Fa un certo effetto. E fa un certo effetto anche salutarci, tornare ognuno a casa sua.
Per un po’ si continuerà a vivere la vacanza con i racconti. Ma siccome verba volant, è nato questo blog. Ed ora che anche questo blog è finito quasi quasi mi dispiace.

Ritorno al campus

Sicura che il volo è alle 17:30. Non tanto sicura di averceli ancora, i biglietti, in quella foderina “contieni-cose importanti” infondo alla borsa. I biglietti saltano fuori, ma c’è scritto, bello stampigliato, che si parte alle 20:30. Un “Ooooh” di disappunto si udì all’interno del taxi che ormai filava dritto verso il campus della NSU. Potevamo continuare quel bel pisolino sotto il sole per altre tre ore, tornare a casa belli abbronzati e invece… Enrico ed Antonio, da veri signori, di fronte a sì tanta mortificazione, “meglio stare in anticipo che in ritardo”, si fanno scappare, fingendo di vedere il bicchiere mezzo pieno.
Rientriamo nel campus e ci assalgono i ricordi: portfolios, sbobbe solubili, notti passate in bianco. Sembra passata una vita. Salgo di corsa in camera di LauraL per sincerarmi delle sue condizioni dopo più di una settimana di isolamento. Sono felice di vederla vispa e generosa come sempre. Mi offre asciugamani puliti, una doccia e dolcetti vari. Estendo l’invito anche ad Antonio ed Enrico che, nel frattempo, era passato alla posta del campus a ritirare lo scatolone contenente i pezzi della sua chitarra elettrica nuova di zecca che si era fatto recapitare lì. Con emozione e con la delicatezza di un chirurgo controlla tutti i dettagli e si compiace dell’acquisto.

Intanto, con De Santis, andiamo a recuperare i valigioni, rimasti custoditi in una stanza segreta. Dobbiamo cercare di riorganizzare i bagagli. Questo lo metto qui, questo lo metto lì. Si fa presto. Solo Antonio ha qualche problema in più del previsto come eloquentemente documenta la foto qui a lato. Mai vista chiudere una valigia così. Roba da “Scommettiamo che?”. Antonio, per nulla testardo, ha deciso che di mettere qualche maglione nella mia valigia nemmeno se ne parla. Perché è evidente che basta un po’ di pazienza e riuscirà a venirne capo. Nel frattempo Laura ci racconta tutto quello che ha fatto durante le settimana, i posti in cui è stata, le persone che ha conosciuto. E noi raccontiamo a lei. Al termine delle nostre storie Antonio è ancora sicuro che volere è potere. Quando con Enrico ci siamo resi conto che o si chiudeva quella valigia, o si rimaneva a FT Luderdale, abbiamo pensato di dargli una mano. In tre, chi schiacciando da una parte, chi tirando dall’altra, l’abbiamo domata.

L’ora di pranzo è passata da un po’. La mensa del campus non solo è chiusa perché qui mangiano presto, ma anche perché nel campus non c’è più nessuno. Tutti gli studenti sono tornati a casa. Forse hanno tenuto aperto il dormitorio per Laura. Vista l’accoglienza degli americani, la cosa non ci stupirebbe. L’idea di andare al ristorante italiano dura poco. Ci facciamo chiamare l’ennesimo taxi per dirigerci direttamente all’aeroporto di Miami.
Forse, ancora una volta con un po’ di pazienza, avremmo potuto far entrare tutte le valige nel portabagagli del taxi. Ma non c’è stato modo nemmeno di provare. Il taxista, dal fiuto per gli affari, stava già telefonando a un suo collega che sarebbe presto arrivato al campus e avrebbe caricato a bordo Enrico e Laura. Antonio ed io siamo partiti con il primo.

Durante il viaggio non vola una mosca. Piove. Antonio dorme. La velocità con cui vedo scorrere dei numeretti sul cruscotto è preoccupante. Alla fine sono 60 dollari o giù di lì. Peggio andrà ad Enrico e Laura che, per fare lo stesso tratto di strada impiegando lo stesso tempo, ne spendono 80. Almeno però ci dicono che, durante il viaggio, erano diventati amici del tassista parlando di problemi socio-politici americani. Un tipo molto socievole.
E ora? Mangiamo un bel panino in uno di quei tanti fast food aeroportuali. Le facce sudate di quelle belle signore floredane, intente a preparare dietro al banco, con estrema cura, ogni tipo di hot dog e panino a frettolosi viaggiatori, mi sono rimaste in mente. Dopo esserci rifocillati, abbiamo tutto il tempo di fare un giro per negozi, in cerca di qualche ultima cosa da comprare.