Il bestione è lì che ci aspetta per la traversata oceanica. Ci imbarchiamo. Questa volta siamo nella fila di sedili centrali. Fuori è buio. Sembra una notte tranquilla. Nessuno avrebbe immaginato un volo come quello. Ci informano che c’è maltempo e che avremmo potuto incontrare qualche turbolenza. Le abbiamo incontrate. La tendina non del tutto tirata del finestrino alla mia sinistra, quattro o cinque posti più in là, lasciava intravedere i fulmini. Più non volevo guardare, più mi ci cadeva l’occhio. Una bufera lungo tutto l’Oceano Atlantico che si manifestava a bordo con un continuo su e giù notevole. O anche con un destra e sinistra. Un po’ come durante la missione su Marte all’Epcot. Quando andava meglio un po’ come un pullman senza ammortizzatori sui sampietrini. Per due volte è stato dato l’annuncio di allacciarsi le cinture e le hostess, con un rilassante sorriso a 32 denti, venivano lanciate lungo i corridoi per verificare che fossimo ben ancorati ai sedili. Incomincio a pensare a tutte le eventualità, tra cui anche quella, nemmeno tanto negativa, di ritrovarmi a parlare con un pallone di nome Wilson. Per distrarci ci servono la cena. All’andata, ancora schizzinosa, non avevo mandato giù quasi niente. Ora, dopo un mese d’America, il pollo della British Airways è una sciccheria. Il dondolio e il miscuglio di cibi scecherati nello stomaco facilita un gran subbuglio. Per fortuna abbiamo a disposizione tutti i confort e trovo un bell’album di Tom Waits da ascoltare. Tutti dormono. Si fa giorno e poco dopo arriviamo a Londra.
Nemmeno il tempo di un cappuccino all’aeroporto che è già ora dell’ultimo volo. Ora guardare fuori è un piacere. E’ sereno e si vede tutta la vastità della pianura francese, quella che annoia tanto durante il Tour. E poi le Alpi, ancora innevate. Come non pensare ai tanti storici arrivi di tappa che magari stiamo sorvolando: il Galibier, il Tourmalet, L’Alpe d’Huez. Individuo la prima città al di là delle montagne. Ad occhio potrebbe essere Torino. Qualche altra chiacchiera e siamo già arrivati. A Fiumicino sentiamo gli addetti aeroportuali parlare italiano. Anzi, romano. Fa un certo effetto. E fa un certo effetto anche salutarci, tornare ognuno a casa sua.Per un po’ si continuerà a vivere la vacanza con i racconti. Ma siccome verba volant, è nato questo blog. Ed ora che anche questo blog è finito quasi quasi mi dispiace.
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