giovedì 24 maggio 2007

L’Epcot e gli astronauti mancati

Anche in America passano giorni un po’ così. Farsi prendere dalla malinconia nel bel mezzo di un parco dei divertimenti è possibile. Mi dicono che sono più silenziosa del solito. In realtà mi sento in uno stato di grazia, cerco di assorbire con gli occhi tutto quello che c’è intorno, interiorizzo. Vallo a spiegare! Faccio prima a dare la colpa alla luna o a qualche pianeta fuori posto.
Ad Orlando ci sono sette parchi. La signora del centro turistico, interpellata il giorno prima da me e da Ileana, ci ha consigliato di visitare l’Epcot Centre, perché è da persone un po’ più cresciutelle, quali ci reputa, così, a prima vista. Ci sono diversi padiglioni ognuno sponsorizzato da qualche multinazionale. In quello della Kodak, è naturalmente possibile farsi le foto con gli amici di fronte a delle webcam e poi ritoccarsi le facce con simpatici orpelli. Come resistere ad una foto di gruppo, in cui mettere anche naso e baffo finto a mo di simulacro del Saponaro che sta ancora studiando in ostello? Nel padiglione “Innovations”, sponsorizzato da IBM, ci sono dei robot che suonano, qualche nanotecnologia e poco altro.

Tra un pretzel e una granita, arriviamo al clou della nostra gita: la missione su Marte. Piro e Ileana sono i più entusiasti e si fanno fare una foto spaziale lì fuori prima del lancio. Entriamo e ci immergiamo nella finzione. Ci dividono in vari equipaggi, ognuno di quattro unità, ci istruiscono sul da farsi e attribuiscono i ruoli. Io, pilota, sono in una cabina con Lidia, navigatore, e altri due americani. Abbiamo di fronte quattro schermi e comincia la realtà virtuale. Ci puntano verso l’alto e ci spediscono come proiettili nello spazio. Altro che decollo con la British Airways! Una volta fuori dall’atmosfera eravamo sballottati di qua e di là tra i meteoriti. Come dentro a un frullatore. Cape Canaveral ci dava le dritte, ma la tachicardia azzerava la lucidità e chiedevo a Lidia se per caso lei avesse capito quale pulsante dovevo premere. E mi scusavo pure con gli americani, convinta che quella rotta un po’ così dipendesse davvero da me: “I don’t understand!”. Non so come, atterriamo su Marte. Ringraziando Dio è finita. Usciamo. Le gambe tremano un po’. Ci riuniamo ai nostri amici, sparpagliati in altri equipaggi. Piro-Guidoni è bianco cadaverico e vomita dentro a un cestone della spazzatura. Anche Ileana ha lo stomaco sottosopra. Li assistiamo per un po’, poi, senza cuore, li molliamo stesi in un angolo.

Nel frattempo Enrico, Lidia ed io ci siamo assicurati i biglietti per fare una specie di car test. Carino. Tutti insieme poi entriamo nel padiglione dedicato all’energia. Ci fanno accomodare in una specie di cinema. Piroddi è titubante, si siede, poi, intuito che quei sedili si muoveranno, ci saluta con una faccia che dice tutto. Comincia un soporifero racconto che parte dal big bang e arriva all’era dei dinosauri. Come un trenino, ad andatura blanda, siamo immersi tra mostri preistorici che fanno poco terrore.

Prima di uscire dal parco, immancabile tour per le nazioni del mondo, angoli caratteristici ricostruiti in miniatura: Canada, Regno Unito, Italia, Marocco, Messico. Aspettiamo lo spettacolo pirotecnico sul lago: lungo, bello, barocco, quasi esagerato. Mi ammutolisce. Pensano che non m’è piaciuto. Macchè. Ho interiorizzato! La pioggia ci inzuppa ben bene mentre raggiungiamo il parcheggio. Un diluvio.

Alla fine della fiera, l’Epcot non è brutto. Ma è molto didattico. Se non è per le creature delle elementari questo, che si fa negli altri sei parchi? Il mio problema grosso è che non ho potuto esaudire il desiderio del Professor Bennato che avrebbe voluto ricevere dall’Epcot una cartolina tecnologica. Caro Davide, qui la tecnologia l’ho vista solo di sfuggita e sulle cartoline ci sono solo pupazzi.

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