Quando eravamo nel campus e stavamo decidendo l’itinerario della vacanza, Enrico ed Antonio me l’avevano detto:”Sei sicura”? Ero sicura. Rimasero stupiti di scoprire in me tanto spirito d’avventura. Avevo appena detto sì ad un rientro a FT Lauderdale in tarda serata e ad una notte da passare in spiaggia. Quel momento che sembrava così lontano era arrivato.La mia borsa era compatta ma riempita di souvenir e regali vari pesava molto più che all’andata. Ritardo, ansia, extrasistole, fiatone. Ogni tanto papà Enrico si voltava per vedere se tenevo il passo. Non sapevamo nemmeno quale linea della metro dovevamo prendere. Poi chiediamo informazioni. Ci siamo. Dopo la metro una navetta, una specie di trenino, ci porta dritti in aeroporto. Enrico scatta da qui le ultime foto ai quartieri più periferici di New York, mentre il sole sta calando.
Dopo il check-in ci fermiamo lo stomaco con un panino. Scopriamo poi che la partenza è posticipata. Ci sediamo davanti alla tv. Ci sono i cartoni animati e ci viene sonno. Si fanno le 22:30. A quest’ora ci imbarchiamo. E’ sempre la famosa JetBlue. Il bagaglio ce lo teniamo a mano. In mano. Per carità. Il pilota è una donna. E fin qui non ci sarebbe da preoccuparsi. Poi tra un annuncio e l’altro dalla cabina di pilotaggio vengono trasmesse anche grasse risate. E allora, per la verità, un po’ di strizza ci viene.
Ho il posto accanto al finestrino. Fuori è buio. La pista è molto affollata e anche il decollo è ritardato. Quando ci stacchiamo da terra, per un po’ vediamo tutte le luci della città: i grattaceli, il ponte di Brooklynn. In questo momento vivo il significato dei versi: “Leaving New York, never easy, I saw the light fading out” e capisco una volta di più perchè mi piacciono i R.E.M. Con Enrico e con questa canzone in testa, rimango sveglia a guardar giù, mentre sorvoliamo la costa sbrilluccicosa. Intorno all’una e mezza atterriamo a FT Lauderdale. Il viaggio è volato.
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