martedì 25 dicembre 2007

Itinerario natura & arte

Le metro a NY sembrano fatte con i barattoli dei pelati, di latta, a righine, vecchie ma senza scritte di bombolette di qualche sedicente artista. In effetti il concetto di “sporco” di NY andrebbe ridefinito: l'impressione è che sia uno sporco diverso da quello a cui siamo soliti, spesso voluto, anticipato, artificiale. Qui lo sporco è naturale, è stratificazione, usura, deterioramento dato dal tempo. Uno sporco di tutto rispetto. Fine del saggio breve.
Appunto, la metro: non passa, o meglio, passano tutte le lettere dell’alfabeto tranne quella che dovremmo prendere noi, la C, per dirigerci verso Central Park. Nell’attesa non sappiamo più cosa inventarci per distrarre Lidia, rimasta scossa ieri sera, alla vista di simpatici animalotti simil-ratto che scorrazzavano in fondo alla banchina. Mentre discutevamo sulla psicologia dei topi, cercando di convincerla che mai gli passerebbe per la testa di avvicinarsi agli odiati umani, mi cade lo sguardo su un foglio attaccato al muro. A quanto pare segnala il blocco della linea C. Nessun problema per i nostri tre uomini e una mappa che trovano subito un percorso alternativo. Prendiamo la D e chi s’è visto s’è visto.

Sbuchiamo in superficie ad un passo dall’entrata del Parco. Ci accoglie un gruppo di ragazzoni che stanno per dare inizio ad uno spettacolo, probabilmente di breakdance. Siamo tentati a rimanere ma pare vogliano dei soldi. Capita l’antifona, li abbandoniamo all’istante. Ci immergiamo così nel verde di Central Park. E’ domenica. Intere famigliole bivaccano sui prati. Gli artisti di strada sono la maggiore attrattiva. Piccole band di giovani e meno giovani radunano capannelli di gente che ascolta serena e lascia qualche cents. Gli hotdoggari tutt’intorno fanno affari d’oro.

Il suono dell’arpa di una aggraziata signora ci rapisce. Enrico, Antonio ed io rimaniamo un bel po’ ad ascoltarla, mentre Ile e Lidia si riposano sulle panchine.
Arriviamo al lago, lo costeggiamo. Nemmeno pensiamo di prendere la barchetta vista la fila chilometrica. Poi, all’altezza del Guggenheim usciamo dal parco. Chi è davanti qui, di solito, si gioca la maratona.
Se al museo dimostri di essere uno studente hai la visita scontata. E’ qui che mi accorgo di aver perso la NSU card e la tessera telefonica per chiamare l’Italia. Nonostante la signorina sia di cuore buono, si fidi e applichi lo sconto, rimango infastidita da questa perdita proprio l’ultimo giorno di vacanza, dopo le mille peripezie che quella custodina aveva fatto durante tutto il mese di soggiorno. Me ne faccio una ragione e cominciamo la visita al museo in quest’ultimo scorcio di pomeriggio newyorkese.

Ci sparpagliamo. La prima exhibition si intitolava The shapes of space poi grande spazio al neo-impressionismo e al divisionismo italiano nell'area intitolata Arcadia & Anarchy.
Ad osservare le opere d’arte io sono molto lenta. Quindi mi ritrovo spesso con Antonio a commentare criticamente certe tele. Due in particolare hanno colpito la nostra attenzione. Una era come nuova se non fosse stato per uno sgarro al centro molto ben riuscito. L’altra, impressionista, era dedicata al lavoro delle mondine. Si trattava di “Per ottanta centesimi!” di Angelo Morbelli. La perfezione del riflesso nell’acqua porta ad Antonio un’epifania: gli ricorda la tecnica che abbiamo usato tutti da bambini, quando piegavamo in due il foglio imbottito di acquarelli per ottenere un’opera astratta a specchio e mamma ci faceva credere che eravamo dei piccoli artisti.

Il Guggenheim è tutto un tornante. Va su in salita. Quando usciamo con Antonio dall’ultima sala incappiamo in Enrico che scende dal gran premio della montagna e ci dice:”Ehi, avete visto che bella visuale da lassù in cima?” Guardo l’ora. Siamo già in ritardo. Ci penso un attimo e poi attacco una corsa liberatoria. Chissà mai se ci tornerò! Aveva ragione Enrico. Valeva la pena. Visuale non consigliata a chi soffre di vertigini.
Ileana, Mari e Marco ci stanno aspettando al piano terra. Manca solo Antonio. E’ nel negozio del museo ad acquistare souvenir. L’aereo per FT Lauderdale parte alle 20:30. Dobbiamo ripassare in ostello a prendere i bagagli. Mi sale l’ansia. Arrivati al Big Apple è il momento dei saluti. Veloci ma intensi. Non c’è tempo nemmeno per farsi prendere da un po’ di tristezza. Ciao amici. E’ stato bellissimo. Buon proseguimento. Ci rivediamo a Roma.

1 commento:

Unknown ha detto...

Eh sì, bello il Guggenheim! Adesso ricordo la tela in foto, quella con le mondine chine sul riso, e anche la mia delusione nel constatare che delle suddette lavoratrici non si vedevano rifratti nell'acqua i cu... ehm sì insomma, fidatevi, ho controllato da vicino e lo stuart che mi ha allontanato dal quadro con modi un po' spicci mi è testimone...