La mattinata la spendiamo a China Town e dintorni. C’è tanto da vedere: colorati negozi di ogni genere, più o meno improvvisati, più o meno a prova di controllo igienico. Sarà che è l’ora di mercato, sarà che i cinesi sono proprio tanti, ma la calca di quei marciapiedi è degna di nota. Snobbiamo la statua di Confucio e ci defiliamo fino a raggiungere un parco dove tanti anziani cinesi sono impegnati in varie attività ricreative: c’è chi suona e chi canta, chi ha portato da casa una gabbia con i canarini e chi gioca ad un tipico gioco da tavola cinese. C’è un’atmosfera di calma e tranquillità. Sembra quasi di sentire risuonare nell’aere una di quelle tipiche, rilassanti canzoncine orientali un po’ tristi. Anche questa è New York.
Poi decidiamo che oggi sarà il giorno del Ponte do Brooklyn, amorevolmente rinominato “lo cavalcone”. Non c’è bastato vederlo in notturna, merita l’attraversata. Per quando arriviamo nei pressi e raggiungiamo la rampa di accesso siamo quasi stanchi. Lidia ha un’ottima idea: dobbiamo alimentarci bene sennò rischiamo la crisi di fame e quell’hotdoggaro lì, che si è piazzato all’imbocco del ponte, ha capito tutto. Hot dog e piccola sosta. Poi in marcia. Per chi non c’è mai stato, racconto brevemente com’è fatto il ponte di Brooklyn: il passaggio per i pedoni è un’apposita corsia pavimentata in legno che corre sopra alle due carreggiate per i veicoli. A destra si va verso Brooklyn a sinistra si cammina verso Manhattan. Attenzione ai ciclisti, che se poco poco ti pizzicano dalla parte sbagliata ti rimproverano:”On your right!”. Quelle funi che sorreggono il ponte sono d’acciaio. Nell’emozione generale non crediate, come me, che siano semplici corde. Non è un ponte tibetano. Abbiamo fatto le foto, ci siamo guardati intorno, Enrico e Marco sono andati alla ricerca di Lidia che si era smarrita.
Totale tempo attraversata: 50 minuti. Temperatura durante l’attraversata: 13 °C. Enrico è morto di freddo. E’ proprio vero che è più importante il viaggio che la meta. Brooklyn non c’è piaciuta più di tanto. Siccome Ileana doveva andare urgentemente in bagno, abbiamo cercato un bar. Non l’abbiamo trovato. Alla fine Pupaz ha optato per la restroom di un supermercato qualunque. Quando scappa, scappa! Quindi ci siamo diretti alla metro e abbiamo fatto rientro in ostello.
Per la cena Enrico, Ileana, Marco ed io ci siamo diretti dal Papaia, che il giorno prima era già stato individuato. Piove a dirotto. Cheese Burger, patatine e bibite analcoliche. Lidia e Antonio ci raggiungono lì più tardi dopo aver fatto un giro panoramico alternativo. Passeggiamo da quelle parti per trovare qualche locale dove prenderci qualcosa, ma non è aria. Qui è tutta roba chic. Ci imbattiamo anche nello storico “Cafè Wha?”. Enrico ha trovato la sua dimensione. Vorrebbe un appartamentino proprio lì sopra, o comunque in zona. Come dargli torto?
Comunque facciamo dietro front e la birrettina ce l’andiamo a prendere a casa nostra, da Connelly, il pub irlandese accanto al Big Apple. Anche perché Lidia, Marco ed Ileana devono ancora decidere dove proseguire la loro vacanza la prossima settimana e magari riescono a fare i biglietti per il volo. Antonio, Enrico ed io, invece, abbiamo un destino certo: domani rientriamo a Fort Lauderdale per poi ripartire per Roma.
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